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Libri: Recensione Atti del convegno "Pouvoir Savoir" - Parigi 2005
Posted by: ulrich on Wednesday, October 26, 2005 - 06:26
  Copyright L’attuale regime della proprietà intellettuale – e gli sviluppi che esso prenderà in futuro, sotto le vesti ripulite e giuridicamente stringenti dei trattati internazionali - lega insieme i controversi destini della trasmissione della conoscenza e i processi storici ritmati dall’accesso dei paesi del Sud del mondo alle risorse immateriali e materiali della società della conoscenza.

Mentre nei paesi ricchi ci si batte per mantenere degli spazi pubblici e privati di libertà con la richiesta di codici aperti per il progresso delle conoscenze, con il rifiuto della trasformazione della società dell’informazione in società del controllo (Lyon) e con la sperimentazione di modelli alternativi di accesso alle risorse della conoscenza (i creative commons) – nei paesi più poveri, la questione del digital divide si affianca a quella, altrettanto significativa, dello sviluppo (mancato) legato ai beni dell’informazione e della proprietà intellettuale.

Infatti, per mettere a fuoco meglio ciò che si profila intorno agli sviluppi della società della conoscenza, i cui contorni sono disegnati dagli aspetti tecnologici (società informazionale), da quelli geopolitici (globalizzazione e governance globale) e da quelli socio-culturali (condivisione delle risorse e collaborazione al posto della competizione e della gerarchia), s’impone uno sguardo più ampio, capace di raccogliere al suo interno anche le conseguenze provocate dall’attuale modello di gestione della proprietà intellettuale sull’innovazione e sullo sviluppo del Sud del mondo; come dice con icastica espressione Ha Joon Chang, il sistema originato dalle regole intorno alla proprietà intellettuale, stabilito unilateralmente dai paesi più ricchi, e imposto in modo strisciante nei vari negoziati bilaterali, è come “ritirare la scala” ai paesi più poveri per impedirgli di seguire la via che essi hanno seguito precedentemente. Recentemente, il sociologo Manuel Castells ha parlato di “due globalizzazioni” a proposito dei processi che investono la società globale. Estendendo il suo schema, la stessa società dell’informazione, forse, non è più una ma molte società; tante quanto sono i paesi che ne usufruiscono e che si relazionano nello spazio pubblico globale.

Una prima, approssimativa, mappa dello stato dell’arte in merito alla diffusione dell’attuale modello di gestione delle risorse immateriali nei paesi del Sud del mondo è reperibile negli atti del convegno “ Le développement face aux bien communs de l’information et à la propriété intellectuelle”, tenutosi a Parigi nell’aprile del 2005, presso l’Ecole Nazionale superieure des telecommunications, su iniziativa dell’associazione VECAM (http://www.vecam.org) , insieme alla rivista Transversales Science Culture e alle C&F Editions. (http://www.vecam.org/rubrique.php3?id_rubrique=83]

Le diverse personalità – ricercatori, ONG, accademici, militanti politici – che sono intervenute nel convegno, hanno cercato di tracciare punti di convergenza tra settori economici e culturali apparentemente distanti con il comune richiamo alla “base informazionale”, che sostiene la varietà vegetale, il software, le molecole dei farmaci, il genoma delle piante (v. gli interventi di V. Peugeot, F. Latrive, T. Begziabher, A. Chetaille, P.Aigrain). Si tratterebbe, in questa prospettiva, di interrogarsi sulla natura stessa di questi beni, e di stabilire:
a) se questi beni, materiali o immateriali, sono proprietà privata o beni comuni;
b) in secondo luogo, sollevare la questione, intrinsecamente politica, di come si organizza il modello economico che regola la produzione, la creazione, la diffusione di questo sistema di conoscenze.

Quanto al primo punto, si fa notare, con dovizia di dati e di riferimenti, ad es., come il sistema proprietario dei brevetti sui farmaci e le scelte conseguenti intorno allo sfruttamento economico delle molecole scoperte, comporta che la ricerca si orienti intorno a malattie o patologie tipiche dei paesi ricchi perché infinitamente più remunerativi (come nel caso dei farmaci contro il colesterolo). Il risultato è ciò che si definisce tecnicamente 10/90: meno del 10% della ricerca medica mondiale è oggi orientato verso le malattie maggiormente diffuse e che affliggono il 90% della popolazione mondiale.(Cfr. l’intervento di B. Pecoul e J.F. Alesandrini, p.52 e ss.).

Analogamente, la pressione esercitata in modo sempre crescente sulla tutela della proprietà intellettuale, comporta particolari problemi sulla sperimentazione in campo agricolo e sul regime della biodiversità (cfr. gli interventi di J.M. Desfilhes e F. Dufour e di S. Sahai); per quest’ultimo caso, quello della biodiversità e del rispetto delle culture indigene e della salvaguardia delle tecniche e delle conoscenze tramandate, poi, a connotare ancor più quest’epoca di neo-colonialismo immateriale basti richiamare quella che viene definita biopirateria: sfruttare le molecole di piante selezionate nei paesi in via di sviluppo e poi brevettarle.

In generale, e qui arriviamo al punto successivo, le discussioni emerse nel corso del convegno sulla riforma del modello economico a base brevettuale, strutturatosi intorno all’Uruguay Round del 1995, dal quale prese le mosse il WTO (L’Organizzazione Mondiale del Commercio) e quindi il TRIPS, si muovono tra due polarità distinte:

- sottrarre la salute, la biodiversità e più in generale la cultura e l’accesso alla conoscenza dai canoni giuridici ed economici per ricondurli ad un terreno etico, con il richiamo al diritto naturale e ai diritti dell’Uomo; trattandosi di beni pubblici riconosciuti come tali a livello mondiale, la tutela della vita, della salute e della cultura dovrebbe essere tenuta separata dalla regolamentazione del commercio internazionale. (Cfr. in particolare l’intervento di G. Velasquez)
- Meno idealista e più attento ai rapporti di forza, l’approccio che raccoglie la maggioranza dei consensi è quello che possiamo definire riformista. Un nutrito gruppo di interventi si sforza di trovare spiragli tecnici ed emendamenti più democratici alle tetragone distinzioni dei Trattati internazionali (cfr. gli interventi di M. Trommettier e soprattutto di J. Love e T. Hubbard,). Qui l’intento è di incidere dal di dentro nei processi decisionali che strutturano gli accordi internazionali.

Si avverte, quindi, con minore o maggiore consapevolezza che il regime proprietario stabilito dapprima per i beni materiali e poi, negli ultimi decenni del secolo appena trascorso, anche per i diritti patrimoniali sulla proprietà intellettuale, sia preso in un processo teso alla creazione di ciò che alcuni studiosi (Boyle, Aigrain; si veda in particolare di quest’ultimo Cause Comune, Paris, Fayard, 2005) definiscono come nuove enclosures. Sul dibattito che si svolge intorno all’”ontologia” dei beni comuni, vigoroso soprattutto in ambito statunitense, va segnalato, in questo testo, l’intervento di Y.M.Boutang (p.195-215).

Per l’economista francese, la battaglia che si svolge intorno a queste nuove enclosures nei vari domini del software e del vivente (umano, animale, vegetale) è il frutto della crisi strutturale che investe il capitalismo postfordista con i suoi monopoli temporanei (brevetti e diritti d’autore) e semipermanenti (marchi), alle prese con le difficoltà create dalla rivoluzione digitale e dalla nascita delle reti di condivisione, in grado di riprodurre le risorse con costi infinitesimali e di trasformare incessantemente il bene privato in bene pubblico.

Per concludere, si può concordare con Boutang sul fatto che da questa crisi nasca una nuova alleanza tra Sud e Nord del mondo in grado di attivare quelle che Gorz chiama “resistenza digitale”.

La dura opposizione alla blindatura dei diritti di proprietà intellettuale costituisce, forse, la nuova frontiera dello scontro tra società autoritarie ed escludenti e società democratiche ed includenti.

Antonio Adobbato

AA.VV., Pouvoir Savoir. Le développement face aux biens communs de l'information et à la propriété intellectuelle. Publié à l'occasion de la Rencontre internationale du même nom
Paris, 1er avril 2005.
Paris, C&F Editions, 2005
256 pages, 12 €


 
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