Ultima modifica : 2005-07-15 18:50:53 (3639 leggi)
Politiche per la rete, una risorsa per la politica G. De Petra
L’aggravarsi della crisi italiana libera la riflessione
politica dalle interpretazioni "patologiche" e svela, in tutta la sua
complessità, la di mensione "fisiologica" della crisi, che riguarda, in estrema
sintesi, il ruolo di questo pezzo di occidente nella nuova divisione mondiale
del lavoro, dei mercati, della ricchezza e del potere.
Le tecnologie di rete - la loro produzione ed il loro utilizzo – possono
costituire una risorsa preziosa e non ancora usurata per la politica che deve
provare a confrontarsi con un problema di tali dimensioni.
Ma la politica non riesce ancora a utilizzare con effi cacia questa risor sa,
non riesce a leggere adeguatamente lo spessore politico del cam biamento che
l’uso delle tecnologie digitali ha prodotto nel modo in cui milioni di persone
già oggi, in tutto il mondo, entrano in re lazione per comunicare, cooperare,
produrre, consumare, inventare, conoscere e conoscersi.
Probabilmente questa difficoltà è dovuta anche al fatto che fare poli tica è,
tra le attività coinvolte nel processo di cambiamento, una delle più
esplicitamente candidate a profonde modificazioni dei processi e delle procedure
che la costituiscono, e questo determina evidente mente una inevitabile diffi
coltà in chi ha definito le proprie categorie interpretative, i propri utensili
di lavoro, proprio all’interno di quei processi e di quelle procedure.
Malgrado queste difficoltà, però, e in un contesto di grande fatica a
produrre programmi adeguati alla complessità della crisi italiana, la politica
potrebbe trovare in una lettura adeguata e non rituale della "trasformazione
digitale" in atto, indicazioni, proposte, nuovi para digmi, cantieri già aperti
per un progetto che non si accontenti sol tanto di rimuovere gli aspetti più
contingenti della crisi. Merci digitali e supermercati a larga banda Siamo abituati
a ragionare sulle implicazioni e sulle prospettive politiche considerando
l’intero fenomeno come una multiforme inno vazione di prodotto.
La produzione e l’uso delle tecnologie digitali si
riducono alla pro duzione e al consumo di merci digitali, come in un immenso
super mercato i cui scaff ali sono i diversi canali di erogazione (tv, telefono,
web) sostenuti da collegamenti a larga banda, e le merci offerte sono servizi
digitali della più diversa natura, dall’intrattenimento ai servizi della pubblica amministrazione.
Si tratta di un punto di vista
radicato e diffuso, che ha come riferi mento i produttori di contenuti ed i
venditori di connettività, e come modello economico quello delle televisione e
della telefonia mobile. Tutte le volte che le tecnologie ICT sono entrate nel
raggio di atten zione della politica, sia nei programmi, sia, più concretamente,
nelle azioni di governo, questa è stata l’interpretazione dominante, che si è
tradotta in interventi per ampliare la disponibilità di larga banda
(banalizzando la categoria del "digital divide") o per regolamentare il mercato
della vendita dei contenuti, provocando infiniti paradossi tecnologici,
economici e normativi dovuti al tentativo di estendere al mondo digitale le
regole del diritto di autore tipiche della economia tradizionale.
L’errore interpretativo sta nell’aver
considerato i processi innovativi prodotti dalle tecnologie di rete
esclusivamente come innovazione di prodotto nell’ambito di un settore produttivo
in crescita, costituito dagli erogatori di connettività e dai distributori di
contenuti.
Questo settore ha grande importanza,
anche in relazione alle nuove, possibili vocazioni produttive dell’Italia nella
divisione mondiale del lavoro, ma operare per il suo sviluppo non esaurisce, al
contrario uti lizza in minima parte il potenziale politico delle tecnologie di
rete.
Le
tecnologie di rete abilitano l’innovazione dei processi
Il contributo che le tecnologie di rete possono fornire
alla politica - la politicità delle tecnologie di rete – si esprime pienamente
quando esse sono considerate come tecnologia abilitante per l’innovazione dei
processi, cioè per nuovi modi di produrre, distribuire, consuma re, costruire
relazioni sociali. Non più quindi un settore specifi co di produzione, ma una
tecnologia organizzativa in grado di modifi care profondamente e pervasivamente
tutti i settori della produzione so ciale, dai settori tradizionali a quelli più
innovativi. In questo senso, evidentemente, le tecnologie di rete non riguardano
solo chi si oc cupa di ICT.
Ma spostare l’attenzione dal prodotto al processo non
basta. E’ nel l’analisi della natura di questi cambiamenti la risorsa preziosa
che le tecnologie di rete forniscono alla politica. Si tratta infatti di
cambiamenti che implicano una esplicita e consapevole
discontinuità con gli istituti, i concetti, gli strumenti, i mo delli della
economia tradizionale.
Questa discontinuità implica un
cambio di paradigma profondo e
radicale.
Il caso dell’adeguamento delle leggi
che riguardano il diritto di autore ne è un esempio, tanto più evidente per il
fatto che ci muoviamo ora non più nel supermercato delle merci multimediali, ma
nella pratica di una innovazione di processo nel quale i contenuti
digitali non sono solo prodotti, ma soprattutto mezzi e risorse di
produzione sia per i settori che producono beni
virtuali, sia per i settori tradizionali dell’economia.
Le tecnologie di rete consentono di
produrre, distribuire e utilizzare la conoscenza con costi trascurabili, e la
conoscenza è la risorsa produttiva indispensabile per tutti i settori economici:
per i settori dei servizi e della produzione immateriale è la risorsa di gran
lunga prevalente.
Le norme per il diritto di autore,
nelle forme estreme o in quelle più accorte, comunque derivate da quelle
definite nel contesto della produzione materiale, producono scarsità artificiale
laddove le tecnologie di rete garantiscono ricchezza naturale, a partire dai
giacimenti di conoscenza pubblici o individuali.
Assistiamo ad un singolare
rovesciamento. Abituati come siamo a diffidare di ogni determinismo tecnologico,
che fa derivare l’organiz zazione sociale dalle caratteristiche della
tecnologia, siamo in realtà vittime di una grave miopia dell’economia e della
politica, che non riescono a interpretare il cambio di paradigma sollecitato
dalle im plicazioni delle tecnologie di rete.
La stessa cultura manageriale non
riesce a vedere il cambio di paradigma. Le grandi società di consulenza, che
della cultura manageria le sono i sacerdoti, sono in grande affanno alle prese
con i radicali cambiamenti abilitati dalle tecnologie di rete. La loro crisi può
essere interpretata non tanto come conseguenza dei rapporti di collusione e
corruzione tra consulenza e management che ne hanno provocato in molti casi il
fallimento, ma, al contrario, come incapacità a reinventare i modelli
organizzativi delle imprese, una afasia che è causa e non effetto della deriva
attuale dell’etica professionale della consulenza.
Rete e conflitto
Non stiamo parlando delle fantasie
dei sociologi dell’innovazione. Alla fine del secolo scorso questo futuro è già
stato immaginato e lar gamente sperimentato in una condizione singolare che ne
ha occultato il potenziale politico producendo, in alcuni
casi, gravi disastri imprenditoriali e personali.
Alla fine degli
anni '90 la speculazione convogliò sugli attori della nascente economia di rete
risorse finanziarie enormi. Grazie ad esse una intera generazione di giovani
toccò con mano l’utopia realizzata di nuovi paradigmi di produzione e di
cooperazione, intrecciando relazioni cosmopolite e non trovando limiti apparenti
alla propria capacità di invenzione e di autorealizzazione.
Furono spesso
coinvolti in quell’esperienza intelligenze, esperienze e saperi che si erano
formati nei luoghi dell’antagonismo sociale: chi si era sottratto, per sano
pregiudizio ideologico, alla povertà interpreta tiva della cultura organizzativa
dominante, aveva avuto la possibilità di immaginare e sperimentare forme inedite
di produzione, comu nicazione e cooperazione. Aveva un evidente vantaggio
competitivo nella "corsa all’oro" di quella stagione.
L’economia di
rete apparve a molti come un ricco pranzo di gala. Ma non fu solo illusione
finanziaria. In quel contesto furono generate esperienze reali, si provarono
capacità e talenti, gareggiarono sul campo vecchi e nuovi modi di produzione.
Questa ricchezza
di esperienze non ebbe però la possibilità di confrontarsi con la vera,
ineludibile condizione di ogni discontinuità radicale, che è l’inevitabile e
faticoso conflitto tra vecchio e nuovo paradigma.
I denari che la
borsa riversò su quel mondo nascosero la necessità, la fatica ed i costi del
conflitto – sociale, culturale, economico, simbolico, generazionale – come
elemento necessario e non aggirabile del cambiamento.
Il fallimento di
quelle esperienza è stato generalmente letto come l’inevitabile fallimento di
chi voleva sovvertire i "fondamentali" della economia (e della politica)
tradizionale.
In realtà in quel
fallimento è possibile leggere l’anticipazione feconda di ciò che l’economia di
rete potrebbe generare in termini di un progetto nuovo di organizzazione
economica e sociale, fondato dal la larga disponibilità di una antica/nuova
specie di beni comuni, la conoscenza, e di una antica/nuova forma di relazione
produttiva, la cooperazione.
In questa
prospettiva la produzione cooperativa di software fuori dalle regole del mercato
che si afferma in quegli anni, non è importante tanto per la qualità del
software che ci consegna (questione alla quale si interessa qualche migliaio di
specialisti) ma per il paradigma di cooperazione produttiva di cui è esempio
sperimentato, paradigma di cooperazione e distribuzione che interessa milioni di
persone che utilizzano i prodotti del
lavoro intellettuale e le cui condizioni di vita e di lavoro dipendono dalla
loro qualità e dal loro costo. Ma quell’anticipazione è davvero feconda solo se
dal suo fallimento di allora emerge la necessità del conflitto "politico" che ne
deriva, e che non può non accompagnarsi a cambiamenti così profondi e radicali.
L’esperienza fatta dimostra che le
tecnologie di rete possono liberare pienamente il potenziale di cambiamento
politico che esse abilitano solo attraverso un consapevole e faticoso confl itto
tra vecchio e nuovo paradigma che attraversa, come una faglia, tutte le
dimensioni ed i settori di un progetto politico per il nostro paese.
E’ il confronto tra i diversi
interessi degli attori che producono e utilizzano i beni intellettuali, quando
tali beni si producono e si di stribuiscono mediante tecnologie digitali.
E’ il conflitto tra appropriazione
privata ed uso pubblico dei beni co muni della conoscenza, a partire, ad
esempio, dalla ricchezza digitale già disponibile nella amministrazioni
pubbliche. E’ il conflitto tra cooperazione e competizione nella generazione del
la qualità dei prodotti e dei servizi o quello tra Europa e Stati Uniti nella
determinazione delle regole per la brevettabilità del software.
Vi sono valori politici di grande
spessore simbolico in questo con fl itto che riguardano, ad esempio, non solo la
difesa dei diritti in dividuali da pratiche potenzialmente repressive di
controllo tecno logico, ma la possibilità di un loro ampliamento, che
rivendicano la possibilità di promuovere la fl essibilità del lavoro senza
accettare la sua precarizzazione, che considerano possibile garantire qualità ed
economicità dei servizi pubblici rifi utando la loro privatizzazione, che
richiedono nuovi diritti di partecipazione e cittadinanza politica, che
considerano infine l’economia di rete, fondata sui valori di autonomia e
cooperazione degli attori che la costituiscono, come irriducibile antagonista
della economia di guerra che oggi si propone di gerarchizzare e privatizzare le
risorse del mondo. Questi sono valori che possono mobilitare risorse politiche
indispensabili per promuovere una discontinuità positiva in settori vitali della
società italiana che si interroga sul suo futuro.
La
dimensione locale delle politiche per la rete
Non c’è bisogno di aspettare le prossime elezioni
politiche. Già oggi pezzi significativi di questo programma politico possono
essere sperimentati a livello locale dai nuovi governi regionali. La dimensione
locale è infatti quella più adeguata a promuovere esempi di politiche concrete
di innovazione produttiva e sociale nel senso che abbiamo indicato. Lo è perché, nella economia di rete, accanto alle reti lunghe
della cooperazione planetaria, crescono di valore le reti corte della
connessione locale, fatte di saperi e linguaggi comuni, ricche di esperienze
antiche, fondate sulla prossimità territoriale o professionale. E’ in questi
contesti che può essere recuperata, con contenuti diversi e con strutture
organizzative profondamente modifi cate, l’esperienza tipi camente italiana dei
distretti produttivi locali. Ed è inoltre possibile che uno sviluppo locale
basato sulle tecnologie di rete non riproduca necessariamente il divario sociale
ed economico tra nord e sud e tra pianura e montagna che è stata generato nel
contesto della economia
tradizionale. |