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Last Updated : 2005-07-18 07:29:06 (3364 read)

Per una sfera pubblica della conoscenza

Fiorello Cortiana 

Nell’evoluzione degli ecosistemi, la specie umana si è caratterizzata per la sua capacità di produrre conoscenza e comunicazione, usando ed elaborando linguaggi. Questa capacità ci ha condotto, in un percorso accidentato, dalle caverne alla luna. Ma mai come oggi la connessione interattiva della rete ha esaltato l’umanità nel suo carattere di impresa cognitiva collettiva.

Così, nelle esperienze della rete delle reti. ho colto, probabilmente per la mia formazione ecologista, la portata complessiva di questa struttura di connessione reticolare della partecipazione comunicativa, i cui aspetti non sono riducibili a seppure inedite questioni settoriali.
Ora, proprio lo scoppio della bolla speculativa della new economy e la prospettiva di altre esperienze simili in futuro indicano che il processo in corso in questo inizio di millennio non sarà comunque riducibile alle relazioni tra interessi, identità, rappresentanze del secolo scorso.
Il "movimento dei movimenti" che emerge qua e là nel tempo e nello spazio del pianeta, la sua natura di arcipelago di esperienze e di pratiche che si danno indipendentemente dalle ragioni delle periodiche manifestazioni, costituisce il segno più evidente delle possibilità di produzione di senso comune dell’agire collettivo, della ridefinizione di una opinione pubblica avvertita, che la rete delle reti consente.

Il pianeta non è interessato solo dalla guerra preventiva permanente e dagli effetti devastanti degli eventi naturali in un sistema antropizzato. È in corso uno scontro durissimo per il controllo della conoscenza, cioè per il controllo di una risorsa che connota la specie umana nella sua peculiarità. La potenza di calcolo dei computer e la loro connessione interattiva in rete esaltano come mai nella storia del genere umano la possibilità di sviluppare conoscenza come risorsa non limitata e come produttrice di partecipazione diffusa e con sapevole. È la natura delle relazioni globali, quindi della democrazia possibile, ad essere in gioco. Se negli Stati Uniti le questioni si definiscono quando il sistema si è stabilizzato e le norme si costruiscono sugli interessi dei vincitori, in Europa la situazione è più aperta.
Nel Vecchio Continente, in via di principio, gli attori si confrontano sul mercato a partire da regole che possono anche prescindere da essi. Ma la questione dei beni comuni è stata lasciata in una situazione contraddittoria, contesa fra le politiche del welfare e il suo retroterra culturale umanistico e la loro riduzione a merci.
Così negli Stati Uniti il confronto fra Microsoft e antitrust è stato legate alle alleanze, prima perdenti e poi vincenti, con il ticket presidenziale, così come è avvenuto per la Disney in relazione alla durata del copyright su Topolino. Vedremo come andrà a finire lo scontro tra le major hollywoodiane e i produttori di software e di tecnologia per lo scambio di file.
In Europa, questi esiti e i loro riflessi normativi, anche nella forma degli accordi Trips in sede WTO, sono vissuti in modo contraddittorio e sempre più ricco di contrasti Passiamo dalla vertenza ancora in corso tra la Microsoft e l’UE aperta dall’allora commissario Monti, alla pervicace riproposizione della direttiva per la brevettabilità del software da parte della vecchia e della nuova Commissione Europea nonostante il pronunciamento unanimemente critico dei gruppi parlamentari europei. In questo scontro tra la Commissione Europea, sostenuta da Consiglio dei Ministri Europei, e il Parlamento Europeo, con molti governi e parlamenti nazionali, risiede la speranza di salvare la conoscenza in quanto bene comune, con i suoi alfabeti e le sue pratiche di narrazione e di comunicazione.

È fisiologico che chi detiene rendite di posizione in un sistema socio-economico, che lega parte del valore delle merci alla loro natura materiale e alla loro scarsità assoluta, tenda ad estendere questo mo dello merceologico ai prodotti di natura immateriale e riproducibili all’infinito. Quello che genera contrasti e crescenti conflitti, è il ten tativo di ridurre per via normativa o convenzionale dell’immateriale a materiale, creando una situazione artificiale di scarsità. In questo modo si cerca di limitare o addirittura cancellare la portata dell’innovazione tanto nella tecnologia quanto nel software. Questo non solo contrasta con gli interessi concreti tanto di chi produce innovazione tanto di chi ne usufruisce, ma avviene in un contesto reticolare interattivo, che va oltre i confini e le norme vigenti e che vive già pratiche che, se efficaci, si diffondono fuori da ogni controllo e si definiscono autonomamente come consuetudini.

In a questo scenario è evidente il tentativo congiunto di coloro che sentono in discussione il controllo di mercato e il controllo sociale, di ridurre le pratiche innovative a questioni di ordine pubblico. Così nel nome della lotta al terrorismo gli Stati Uniti attuano il loro "Patriot Act" oltre il perimetro della loro giurisdizione ed entrano nel territorio di un paese sovrano, ancorché alleato in Iraq, per sequestrare il server di Indymedia; nel nome della lotta alla pornografi a di chiudono i blog in Iran o in Cina o in Tunisia e così via.

Così nel nome della lotta alla pirateria assistiamo a contorsioni giu risprudenziali che smentiscono sentenze precedenti dalla Norvegia, alla Francia. In Italia il file sharing anche non commerciale è addirittura reato, contro la direttiva europea che esplicitamente esclude la comparazione tra file sharing non commerciale e la contraffazione. Insomma: tutto l’assetto sociale basato sulla scarsità è sollecitato e sfi dato nella sua essenza a partire dalle modalità di produzione della conoscenza. L’economia della conoscenza si dà come processo cooperativo in cui più l’oggetto è condiviso più esso gode di una valorizzazione dovuta al contributo di chi si connette in rete e lo trova interessante.
Siamo di fronte ad un capitale condiviso, valorizzata da una impresa cognitiva collettiva. Quindi, a differenza del modello economico basato sulla crescita quantitativa illimitata che deve fare conti sempre più pesanti con la scarsità ed i limiti delle risorse, l’economia della conoscenza e della rete trova nella condivisione estesa la ragione della propria crescita, tanto qualitativa che quantitativa.
Solo la condivisione, anche con la definizione di standard di fatto, rende utile un software o che un sistema operativo e già per questo li valorizza, al di là del loro livello tecnologico.

Processi simili sono già avvenuti nella storia dell’uomo, in modo di lazionato nello spazio e nel tempo. Pensiamo ai linguaggi espressi vi, al loro procedere per contaminazioni, e con salti dovuti a nuove combinazioni: è stato così per la musica e per la narrativa, per le arti figurative, il teatro, la fotografi a, il cinema e la televisione. Possiamo dire che la stessa cosa è avvenuta per l’agricoltura e le pratiche culinarie, ma anche nelle scienze e nelle religioni.

Oggi nella economia della conoscenza lo spazio è pressoché annullato e il tempo si dà come una interlocuzione e sovrapposizione di azioni di comunicazione che in rete contribuiscono allo sviluppo di uno stesso oggetto. I tentativi di ridurre e di negare una novità capace di turbare, ridefinire ed anche superare i modelli esistenti e le rendite di posizione ad essi collegati sono fisiologici nella storia dell’uomo: ma quando si riducono per via normativa i processi di innovazione ad una questione di ordine pubblico si produce una compressione sociale esplosiva.

Si vuole ridurre a merce e a pratica controllata la conoscenza e la sua condivisione, che è condizione per produrla: far questo nell’era digitale è paragonabile a ridurre a merce l’aria e mettere sotto controllo l’esercizio del respirare. Non si sta semplicemente cercando di difendere il latifondo del copyright: si vuole imporre una defi nizione feudale della società della conoscenza. Ciò avviene con un tentativo, maldestro quanto paradossale, di considerare l’immaterialità illimi tata degli algoritmi alla stregua di un bene materiali limitato. Si definiscono, anzi, strumenti normativi per l’immateriale in rete più aspri di quelli per i beni materiali nei negozi. Io posso prestare un libro quante volte voglio e a chi mi aggrada, ma se condivido lo stesso libro nella versione digitale inviandolo o scaricandolo compio un illecito penale! Il fatto che il Governo italiano si sia rimangiato l’impegno preso e votato in Parlamento, rinunciando alla propria proposta di legge, per confermare lo scambio non commerciale di fi le come reato penale, mette a repentaglio non tanto l’accettazione di una deriva identitaria dell’illegalità nel paese degli abusi e dei condoni. bensì la pratica consapevole della condivisione come innovazione politica e normativa.
Le realtà imprenditoriali più avvertite hanno invece sviluppato modelli commerciali capaci di venire incontro alla rete e all’innovazione. Ma anche qui la politica pubblica dovrebbe favorire condizioni di eff ettiva competizione tanto nelle modalità tecniche e tecnologiche quanto nei prezzi. Infatti, se essa non sa riferirsi ad interessi generali, quali l’accesso e la condivisione della conoscenza, si riduce a defi ni re la norma come garanzia degli equilibri tra nuovi attori potenti e prepotenti,capaci di fare "cartello" tanto sui prezzi quanto sui metodi di distribuzione dei contenuti.

Eppure ci sono esempi positivi, che hanno dimostrato di saper coniugare il diritto alla conoscenza con il diritto d’autore e con i le gittimi interessi economici dei produttori di creatività. La "flat" e i Creative Commons del ministro/musicista Gilberto Gil in Brasile dimostrano che un’altra comunicazione creativa è possibile. In questo nuovo contesto, dove il digitale diviene il comun denominatore delle relazioni sociali, parlare di "digital divide" o "social divide" o "democratic divide" significa parlare di questioni immediatamente legate una all’altra: essere marginali rispetto agli alfabeti digitali ed alle reti di comunicazione significa essere socialmente e politicamente emarginati. L’accesso al sistema dell’istruzione e la libera ricerca accademica si configurano più che mai come un diritto democratico. La disponibilità universale degli alfabeti e delle grammatiche, la libera condivisione delle narrazioni, diventano così elementi costitutivi di una società globalizzata che non si vuole precludere il futuro.

Cambia anche la politica: una partecipazione informata in modo plurale, in cui ognuno non è solo l’utente fi nale del prodotto infor mativo ma può intervenire su di esso discutendolo, integrandolo e persino confutandolo, è una partecipazione consapevole, che supera il tradizionale modello dell’opinione pubblica avvertita, riarticolando l’idea stessa della sussidiarietà e della sovranità.

Io credo che per l’assunzione di responsabilità decisionali rimarrà l’attribuzione della delega per via elettorale, che non contrasta con la necessità e l’inerzia positiva di processi partecipativi resi interattivi dalla rete. Sotto questo profi lo possiamo parlare di una forma di "as semblea permanente" dove ognuno può essere non solo spettatore ma anche protagonista e fonte di informazione e di proposta. Lo strumento referendario, anche nella forma consultiva, può defi nire una forma di partecipazione del cittadino al processo legislativo. In luogo dell’idea di autorità (e di autoritarismo) prende corpo l’idea di autorevolezza. Cioè una credibilità riconosciuta da parte di un insieme libero e mutevole nel tempo a seconda delle sue connessio ni, rispetto alla quale risultano stanche, quasi simulacri liturgici, le forme tradizionali della partecipazione politica. In rete non basta essere andati tre volte all’assemblea di una organiz zazione ed altrettante volte nella piazzetta antistante al bar dove essa si trova per sentirsi parte della stessa comunità. Sicuramente anche in rete valgono logiche e ragioni compensative o antagoniste; cam bia, però, l’idea stessa di comunità e di ragione della condivisione di questioni ed azioni comuni.

Se per controllo di un processo politico-legislativo intendiamo in formazione e consapevolezza, possiamo avvertire la possibilità di una estensione del diritto alla partecipazione ad ogni singolo cittadino: a partire dall’Agenda 21 alle esperienze del "privato sociale", mi sembra che nuove pratiche e nuove procedure istituzionali siano in campo. Nulla è ineluttabile, ma la questione si pone e soprattutto è posta dalla rete come strumento e come modello di relazione.

Occorre istituzionalizzare le diverse forme di partecipazione: in luogo del lavoro di lobbying, che quasi sempre degenera in forme di corruzione più o meno esplicite, occorre formalizzare i tavoli con gli stakeholders. Si tratta di adeguare alle nuove forme di produzione cognitiva, e quindi alle nuove soggettività che rappresentano interessi (non importa se di convinzioni o di convenienze), le pratiche di confronto e di concertazione che negli ultimi 50 anni si sono definite con le rappresentanze industriali, dell’agricoltura o del commercio.

Credo che nel nuovo scenario i decisori politici dovranno essere più attenti e curiosi perché la molteplicità degli interessi in rete e della rete non saranno facilmente semplificabili nelle forme e nelle dimensioni della Confindustria e dei sindacati confederali. Si sta aprendo un processo di definizione di luoghi e di forme del confronto e della concertazione.

La conoscenza, la possibilità di apprenderla, svilupparla e comuni carla, caratterizza da sempre la specie umana, ma mai come oggi ciò assume una evidenza sostanziale e quindi politica. La connessione digitale in rete mette in discussione la riduzione della sua essenza immateriale e partecipata a mera estensione di un modello industriale o post-industriale.
Di più: consente e costringe a riconoscere come bene comune anche la sfera biologica. Per questo la condivisione della conoscenza e la sua affermazione si configura come un processo partecipato di estensione ed adeguamento della democrazia. Se una pratica socialmente diffusa e condivisa viene discussa, minacciata e criminalizzata da in teressi latifondistici, o soccombe, o si definisce come bisogno/diritto da rivendicare, negoziare ed aff ermare.

E’ evidente che l’aumento della consapevolezza, in tutto il pianeta, dell’universalità di beni quali sementi e sequenze geniche, softwa re e stringhe di algoritmi, deve produrre una espansione dei diritti garantita da defi nizioni costitutive della politica pubblica. Occorre che le culture e le esperienze della sfera biologica si incontrino con quelle della sfera antropologica e che insieme si riconoscano come un blocco sociale dell’innovazione qualitativa, esprimendo una con sapevolezza politica simile a quella che con l’illuminismo ha posto la questione della cittadinanza e con il movimento operaio ha posto la questione della giustizia sociale. Può sembrare un’ipotesi suggestiva e fuori dalla praticabilità ma per vedere che non è così mi è bastato parlare con le persone in Italia e in giro per il mondo.

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