Comunicato del 13/03/2004

“Il decreto Urbani è un provvedimento sbagliato nel merito e nel metodo”

Il Secolo della Rete considera il decreto Urbani in materia di protezione dell’audiovisivo sbagliato nel merito e nel metodo. Il decreto oltre ad introdurre pesanti sanzioni nei confronti di chi scambia opere cinematografiche per uso personale via Internet, criminalizza la cultura dello scambio su cui Internet si fonda.

Il decreto infatti prevede “misure sanzionatorie mirate a rendere effettiva la tutela dei diritti d’autore, che colpiscano penalmente la condotta di coloro che, per fini commerciali, scambiano file protetti dal copyright, riservando la sola sanzione amministrativa a chi scarica i file per uso personale” e introduce “alcune previsioni relative alla collaborazione tra service provider e autorità, in un rapporto di preziosa sinergia ed in conformità alle norme già vigenti in materia di e-commerce”.

Il ministro ha dichiarato che si tratta di “sanzioni simboliche” che hanno lo scopo di “dissuadere ed educare soprattutto i giovani”. Se il decreto venisse convertito in legge le sanzioni previste per lo scambio di materiale coperto da copyright saranno molto più che simboliche.
Sono infatti previste multe di 1500 euro per ogni singolo film scaricato, cifra che raggiunge i 2000 euro per chi lo faccia usando strumenti atti a “eludere i controlli”, come la crittografia. La sanzione per chi lo faccia a scopi commerciali sale invece da 2.500 a 15.000 euro e fino a tre anni di carcere.

Il Secolo della Rete considera il decreto sbagliato nel merito poichè non è con una misura proibizionista che si può arrestare la consuetudine dello scambio via Internet di file audiovisivi e musicali e perché avrebbe il solo risultato di criminalizzare la cultura della condivisione su cui Internet fonda la sua stessa ragion d’essere.

Per il Secolo della Rete il decreto è sbagliato nel metodo perchè contrasta con la disciplina votata il nove marzo dall’europarlamento in materia di protezione intellettuale la quale non considera reato penale la cessione commerciale abusiva di opere coperte da diritto d’autore e depenalizza il “consumo personale”.
Inoltre esso contrasta le scelte del Parlamento italiano in materia di data retention costringendo gli ISP a “sorvegliare il comportamento dei propri utenti” ed a trasformarsi di fatto in vigilantes dei contenuti che instradano, in barba alle leggi a tutela della privacy.

È ora che le major discografiche e cinematografiche capiscano che è cambiato il comportamento dei consumatori e che è necessario individuare nuovi modelli di business coerenti con la possibilità di riproduzione tecnica dei contenuti e del loro trasferimento via Internet che si è rivelato un potente mezzo di promozione e di guadagno per la loro attività.

È tempo che i governi e le imprese comprendano che la soluzione del problema non sta nella difesa ad oltranza del diritto d’autore, quanto nella capacità di commercializzare prodotti e servizi ad alto valore aggiunto, e che invece la libertà di copia dei prodotti culturali è un diritto fondamentale degli utenti e dei clienti.

Il Secolo della Rete